Sportswriter, Richard Ford

sportswriter

A cura di Sergio Ragno

Da lettore spesso mi ritrovo a cercare nelle pagine di un libro delle frasi, dei paragrafi, che in qualche modo mi rivelino lo stile e la personalità di un autore o semplicemente che mi diano degli elementi rivelatori inequivocabili del messaggio che lo scrittore vuole dare al lettore. Quando ho cominciato a leggere Sportswriter di Richard Ford, devo dire che ho avuto grosse difficoltà nell’individuare “quella” frase tra le tante che mi hanno lasciato senza parole ma con tante riflessioni. Sportswriter è un gran bel leggere.  È la storia di Frank Bascombe, giornalista sportivo e mancato romanziere. Una storia americana come tante, ambientata ad Haddam (New Jersey), con un divorzio e la difficoltà del personaggio principale di rifarsi una vita. Scritto in prima persona con uno stile asciutto nel senso più cinico del termine, Sportswriter si presenta allo stesso tempo molto ricco nella sfera più strettamente sintattica. È una storia di solitudini e di tentativi di riconquista della propria normalità. Frank non ha superato la sua separazione dalla moglie, che nel libro è chiamata semplicemente con una X, e la coppia X Frank, prima del divorzio, non ha superato la morte del figlio Ralph, nonostante abbiano altri due figli.

L’inanità di una breve storia d’amore con Vicky un’infermiera dell’Haddam central Hospital, più altre improbabili ed effimere relazioni, tra cui l’ultima con una giovane donna (Cathrine), rivelano quanto Bascombe sia fortemente legato alla famiglia che ha perso. Anche se in questo vincolo traspare più un legame allo stereotipo della famiglia americana, elemento che trasforma questa storia in un circolo vizioso che porterà a una risposta aperta della domanda drammaturgica principale della struttura narrativa di Sportswriter.

La notizia del suicidio di un amico di Bascombe, Walter Luckett, permette a Bascombe di uscire da una situazione imbarazzante con la sua nuova ragazza Vicky, che lo sta per lasciare, e innescare nel contempo un nuovo tentativo di riavvicinamento con la moglie X. I due, infatti, s’imbatteranno insieme in un’improponibile indagine a casa del suicida, in cerca più di loro stessi che delle motivazioni che hanno spinto Walter al suicidio. Ma la cosa non funzionerà. Frank commetterà ancora una volta un piccolo errore che X non gli lascerà passare. Questo è il momento dell’esplosione del climax narrativo di Sportswriter, dopodiché c’è una lunga fase di anticlimax, dove finalmente riesco a trovare la frase che cercavo. Bascombe è in redazione di Sportsweek e partecipa a un brain stoarming. Nota quanto i giornalisti sembrino apparentemente gentili e collaborativi con i colleghi. Ma poi dice: “Gli scrittori – tutti gli scrittori – hanno bisogno di appartenere a qualcosa. Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro.” Frank Bascombe è uno scrittore che ha lasciato un romanzo inconcluso e la sua sensibilità e capacità di percepire il mondo lo rende un alieno in quel gruppo di giornalisti, ma allo stesso tempo lo rende simili a loro: scrittori sospesi in un limbo tra il desiderio di un’intellettualità più profonda e la triste ambizione illusoria di essere noti al mondo attraverso i loro articoli sportivi. Come se essere noti significasse essere vivi.

Sportswriter di Richard Ford è il primo romanzo di una trilogia che comprende “Giorno dell’indipendenza” e “Lo stato delle cose.” Una lettura fluida, con molte immagini e in alcuni tratti anche poetica che paga il prezzo di una traduzione italiana non all’altezza.

Annunci

Il Mondo Secondo Garp, John Irving

il mondo secondo garp

A cura di Sergio Ragno

L’infermiera Jenny Fields non è una donna che ama particolarmente i rapporti tra uomini e donne. In particolare non è una donna che può pensare ad avere una relazione con un uomo, ma vorrebbe comunque avere un figlio. Nel 1942, nell’ospedale in cui lavora del New Hampshire, cominciano ad arrivare i soldati feriti in guerra, uno di questi è uno sfortunato aviatore ridotto a un vegetale che è in grado solo di ripetere il suo nome Garp e di masturbarsi in continuazione. È qui che all’infermiera Filds viene l’idea: si approfitta delle abitudine dell’aviatore incosciente mentre è dedito alle sue abituali manifestazione di autoerotismo e gli sale a cavalcioni facendosi mettere incinta. È in questo modo che viene concepito Garp Fields.
Garp viene dunque allevato dalla sua stravagante mamma che dopo aver pubblicato la sua autobiografia diventa, senza volerlo, l’idolo delle femministe americane. Nella palestra della scuola Garp conosce Helen Holm, figlia del suo istruttore di lotta libera e dopo aver saputo che la ragazza da grande vorrebbe sposare uno scrittore, decide di fare lo scrittore.
Un romanzo di un’ironia straordinaria e sorprendente, l’epopea la vita di un uomo, Garp Fields, costellata di eventi originali, così come è originale il suo concepimento.

IO SONO QUEL GORILLA Il nuovo sorprendente romanzo di Sergio Ragno

io sono quel gorilla

di Valeria Pedretti

Tra le sorprese letterarie del 2018 c’è il nuovo romanzo di Sergio Ragno, Io sono quel Gorilla. Nel 2016, ancora di inedito, è entrato nella cerchia dei cinque finalisti del concorso InediTo del salone del libro di Torino, aggiudicandosi un più che meritato secondo posto.

Si tratta di un romanzo con un’ambientazione precisa, la Dallas degli anni Sessanta sconvolta da uno degli eventi più destabilizzanti dell’America del ‘900: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Il protagonista è Jack Shelley (Jack, come il nome privato di Kennedy) uno dei tanti poliziotti di Dallas, che il 22 novembre del 1963 viene incaricato di vigilare sulla sicurezza del Presidente durante la sua visita nella capitale Texana. Shelley, ex tiratore scelto dei Marines, si ritrova per puro caso faccia a faccia con il futuro assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald. L’incontro avviene prima che il volto di quest’ultimo venga sbattuto sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma per una serie di circostanze che si riveleranno orchestrate da un complotto, non riesce a fermarlo. Shelley corroso dai rimorsi del suo fallimento e dopo essersi reso conto che nel complotto contro Kennedy facevano parte anche alcuni colleghi a lui vicini, cerca a sua volta di farsi uccidere. Ma fallisce anche questa volta, durante una rapina. Da quel momento la sua vita cambierà in modo radicale.

Il romanzo di Ragno è uno spaccato sulla cultura americana degli anni Sessanta, che si basa su una ricerca storica attenta e ben documentata. Il registro linguistico della voce narrante è stato appositamente curato, tanto da risultare assonante ad opere dell’epoca di scrittori americani quali Bernard Malamud, Richard Yates e il John Barth di La fine della strada.

Sergio Ragno, docente di scrittura creativa per ‘Fondazione per Leggere’, ci ha da tempo abituato alle sue escursioni narrative oltreoceano con il suo primo edito Io m’infilo dappertutto. Anche se l’autore con il nuovo Io sono quel Gorilla esplora un terreno letterario completamente diverso, esso risulta egualmente fluido ed efficace grazie al particolare stile narrativo.

Il romanzo sarà presentato a breve presso i sotterranei del Castello di Abbiategrasso dal criminologo Marco Ferrario, uno dei soci fondatori della neonata associazione letteraria INC (Itinerari Narrativi Contemporanei) nell’ambito della rassegna INContro con l’autore.

Potete acquistare il romanzo direttamente sul sito dell’editore Prospettiva Editrice

L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce

Harold Fry

A cura di Valeria Campana

Un viaggio straordinario quello di Harold Fry. Un viaggio che porta il lettore da un capo all’altro dell’Inghilterra, fino ai confini della Scozia. 1000 km, 87 giorni, un uomo che diventerà un amico così grande che l’idea di non poterlo abbracciare sul serio, alla fine del viaggio, vi lascerà piuttosto spiazzati, ve lo dico.

Harold Fry è in pensione da pochi mesi quando riceve la notiza che Queenie, una sua vecchia amica a cui deve molto e che non vede da vent’anni, sta per morire di cancro.

La notizia lo scuote profondamente per una serie di ragioni che saranno svelate al lettore a poco a poco durante il viaggio. Harold decide di rispondere alla lettera dell’amica ed esce di casa per spedire la sua risposta. Ma, alla prima buca delle lettere, passa oltre e comincia a camminare. Complice l’incontro illuminante con la ragazza della stazione di servizio, Harold, che non ha mai fatto niente di imprevisto in vita sua, decide di andare a piedi fino alle porte della Scozia dov’è ricoverata la sua amica. L’anziano si è infatti convinto che finché lui camminerà, Queenie non morirà.

Così Harold parte, senza bussola, cartina o cellulare e con ai piedi le sue scarpe da vela, per nulla adatte a un viaggio di mille chilometri. Parte per quest’impresa epica affrontandola con una semplicità disarmante.

Questo viaggio, ma soprattutto la vita di Harold, saprà sconvolgervi e sorprendervi (e più di tutto commuovervi) quando meno ve lo aspettate. Harold cammina e la sua vita passata e presente scorre tutto intorno, trasformando il suo viaggio attraverso l’Inghilterra in un viaggio dentro se stesso.

C’è il rapporto complicato con la moglie Maureen e quello con il figlio David (che non vi posso svelare di più ma, credetemi, vi lascerà senza parole). C’è la sua infanzia, la madre che lo ha abbandonato e il padre con le tante “zie” che hanno abitato la sua casa. C’è l’età adulta, il lavoro al birrificio e l’amicizia con Queenie. E infine ci sono i tanti personaggi che Harold incontra nel suo cammino e che mettono in risalto ancora di più le incredibili qualità di quest’uomo.

Aveva imparato che era la piccolezza della gente a rimpierlo di meraviglia e tenerezza, e anche la solitudine. Il mondo era fatto di persone che mettevano un piede davanti all’altro, e una vita poteva sembrare banale solo perché chi la viveva lo faceva da tanto tempo. Harold non riusciva più a passare davanti a uno sconosciuto senza riconoscere che tutte le persone erano uguali, ma anche uniche. Questo era il dilemma degli esseri umani.

Ho amato Harold come personaggio prima di tutto. Uno dei più riusciti di cui abbia mai letto, se posso essere sincera. E mi sono innamorata della sua storia perché trovo sia un incoraggiamento straordinario ad amare e osare in nome dell’amore e dell’amicizia.

Questo libro è un bel libro. E non lo dico soltanto per il piacere che troverete nel racconto, ma anche perché io personalmente l’ho trovato esteticamente bello. Bello nei caratteri, bello nelle mini illustrazioni che accompagnano ogni capitolo, bello nelle scarpe da vela della copertina, bello nella cartina a fine libro dove potrete seguire il viaggio di Harold tappa per tappa.

Stoner, John Williams

stoner

A cura di Sergio Ragno

John Williams non rientra di certo nell’orbita dei miei autori preferiti, tuttavia Stoner, il suo personaggio più celebrato mi ha sempre incuriosito. Un professore per caso, un uomo di lettere di estrazione contadina, con una moglie dissociata e frigida e una figlia con la quale non trova mai il modo di dimostrarle il suo amore tutte. Williams decide, già nell’incipit, di informare il lettore che questo libro parla di un uomo qualunque già morto e sepolto.

Decide dunque di raccontare la storia in una maniera circolare, riducendo in questo modo la domanda drammaturgica principale a una mera esortazione: è riuscito Stoner a lasciare un segno del suo passaggio in questo mondo?

Devo dire che il romanzo si legge con estrema facilità, e con altrettanta semplicità coinvolge già dai primi paragrafi. La scrittura non è delle più esaltanti, mentre la trama è semplicemente onesta e facilmente individuabile (talvolta prevedibile).

Non ho molto apprezzato i salti temporali: troppo sbrigativi, tanto che spesso sono posizionati in mezzo al paragrafo e forse la traduzione (non ho letto il testo originale) è troppo superficiale e poco efficace, cosa che, a mio giudizio, sembra togliere spessore all’opera.

Tuttavia il personaggio ha un valore che va al di là della struttura del romanzo e che da solo regge l’intero impianto narrativo. Williams ha avuto l’abilità di costruire il suo archetipo basandosi su quasi tutte le non qualità umane di un uomo che si lascia trascinare dagli eventi, in una sorta, meno impegnata, di “Alla mercé di una brutale corrente” di Henry Roth.

Diventa professore per caso, come per caso si ritrova sposato con una donna impassibile e anaffettiva, mentre non riesce a combattere per l’unico amore della sua vita. Non è mai capace di imporre la propria volontà sia in ambito professionale sia in quello familiare, tant’è che non riuscirà mai a dimostrare a sua figlia il proprio amore. Solo verso la fine della sua vita proverà a ribellarsi, ma sembra ormai tardi e, all’estremo delle forze, riesce solo a essere, ancora una volta, severo con se stesso.

L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

l'uomo di kiev

A cura di Sergio Ragno

La scrittura di Bernard Malamud si contraddistingue dagli altri autori ebrei americani per la impassibilità e il distacco che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi narratori. Una voce neutra e assolutamente asettica accompagna i lettori dei suoi senza mai emettere un giudizio. La forza della grande capacità di raccontare storie di questo scrittore sta proprio nel mettere il lettore nelle condizioni giuste di giudicare i fatti.
“The Fixer”, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo “L’uomo di Kiev” è una sorprendente finestra sulle origini dell’antisemitismo sovietico. La grande capacità descrittiva di Malamud ci porta in un lungo viaggio interiore che ci fa capire quanto ingiustificato possa essere considerato l’avversione per il popolo ebraico e quanto questo si base sulla non volontà di conoscere a fondo una cultura religiosa millenaria che, ad ogni buon conto, ha dato origine a quella cristiana.

Il protagonista di questo romanzo è Yacov Bok, un orfano ebreo capace di aggiustare ogni cosa, come suggerisce il titolo originale The Fixer (l’aggiustatutto). Il giovane è stato abbandonato da poco dalla moglie e, rimasto anche senza lavoro, decide di mettersi in viaggio. Lascia lo sthetl, (così chiamavano i villaggio delle campagne ucraine) per cercar fortuna a Kiev. Il piano del buon Yakov è semplice e preciso: fare un po’ di soldi per pagarsi il viaggio in America.

Una volta a Kiev Yacov fa l’incontro che costituirà il primo evento che scombussolerà l’equilibrio narratologico del romanzo e che darà vita a un’intrigante trama: durante una delle sue escursioni verso l’esterno soccorre un ubriaco caduto nella neve, un imprenditore antisemita che per riconoscenza – mantenendo Yakov il riserbo sulle sue origini – gli offre prima lavoro e quindi un impiego come sovrintendente nella sua fabbrica di mattoni. La nuova occupazione attira su Yakov le antipatie degli altri dipendenti, la necessità di celare il segreto delle sue origini gli procura qualche fastidio.

In questo contesto si verificherà il secondo evento che sconvolgerà in maniera irrimediabile il quadro tematiche dell’intera faccenda: un giorno alcuni ragazzi entrano nel piazzale della fabbrica e Yakov li scaccia. Poco tempo dopo, quando si scopre il cadavere dissanguato di uno di quei ragazzi, Yakov, riconosciuto come ebreo, viene accusato ingiustamente di aver commesso il delitto e rinchiuso in carcere.

Tutto il resto del libro è dedicato a riportare le violenze subite dal prigioniero dai suoi carcerieri, davanti ai quali continua a sostenere la propria innocenza. Un’operazione, quella della descrizione della prigionia, tentata egregiamente da un altro scrittore americano: Jack London con “Il vagabondo delle stelle”. Ma se anche si può considerare eccellente l’opera di London (che utilizza la carcerazione solo come espediente per poter raccontare nuove storie attraverso quelli che sono i viaggi extra corporei del personaggio principale) non arriva comunque alla magnificenza della rappresentazione della durezza di un carcere di un Ucraina antisemita messa in scena da Malamud in questo romanzo.

Una descrizione minuziosa e interioristica di una prigionia che non annoia mai e che fa riflettere sull’ignoranza e l’insensatezza su cui si basa l’assurdità dell’antisemitismo. Un dramma umano che Malamud mette sulla carta non scadendo mai in pietismi. La sua scrittura non si trasforma mai in opinione personale. Nessun elemento giudicante è presente in questo romanzo perché il giudizio Malamud lo lascia al lettore.
Un’opera straordinaria che dovrebbe essere presente nel bagaglio culturale di ogni buon lettore e che dovrebbe essere studiata a fondo da ogni onesto scrittore.

Bravo, burro!, John Fante

bravo burro

A cura di Sergio Ragno
Manuel è un bambino messicano, figlio di un torero fallito e ubriacone ridotto a stalliere in un hacienda, guardiano del famoso toro Montana Negra. Il piccolo Manuel un giorno vede un asinello combattere coraggiosamente contro un puma riuscendo a mettere addirittura in fuga il felino. Colpito dalla tenacia del “burro” Manuel lo porta con sé, lo curerà e gli darà il nome di El Valiente. Etichettato come libro per ragazzi questo breve romanzo di Fante (tradotto in italiano solo nel 2010) è in realtà uno spaccato culturale di quella terra, il Messico, che è a poche miglia dalla California eppure ideologicamente ed economicamente tanto lontana da essa. John Fante, il maestro italo americano che ha scosso la letteratura americana con i suoi personaggi sconfitti di matrice italiani, rimette in scena ancora una volta il difficile rapporto padre e figlio di una società proletaria, “cruzando la lìnea”, cioè oltrepassando il confine a Sud degli Stati Uniti, scrivendo questa storia che ha il sapore di una favola amarognola con un finale tutt’altro che scontato che vede ancora una volta un figlio rimediare alle colpe del proprio padre, tema sviscerato da Fante in molti dei suoi libri come “La confraternita dell’uva” e “Aspetta primavera, Bandini”.

Luoghi e la narrativa: scenari di conflitto tra personaggi e avvenimenti

di Sergio Ragno

old-1130743_1920

Alla domanda rivoltale da un suo studente, su come nasce una storia nella testa di un romanziere, la scrittrice statunitense Flannery O’Connor rispose: Una storia c’è ogniqualvolta personaggi e avvenimenti particolari s’influenzino a vicenda formando una narrazione.

Effettivamente in narrativa, evento e personaggio si condizionano reciprocamente ed è proprio da questo condizionamento che scaturisce l’intreccio. In poche parole la storia è al centro di questo conflitto dove nasce il messaggio, il significato e la dietrologia di un testo. Su questo pratico postulato della O’Connor non c’è nulla da eccepire, tutto quadra perfettamente come in un’equazione logica e inattaccabile.

Tuttavia mi sarebbe piaciuto essere in quella classe per porre alla scrittrice un’altra domanda: Quali sono i condizionamenti che un luogo, un’ambientazione può esercitare sul rapporto tra personaggi e avvenimenti? Sarebbe stato interessante ascoltare una risposta della O’Connor sull’argomento, considerando che l’autrice de Il Cielo è dei violenti ha fatto dei luoghi delle sue storie degli scenari letterari concreti che hanno un forte impatto sulle vicende dei suoi personaggi.

Su questo genere di curiosità si basa il laboratorio letterario di Itinerari Narrativi Contemporanei dove l’ambientazione oltre a essere tangibile e riconoscibile, è l’elemento che dà alle storie qui raccolte quella caratteristica di radicalizzazione che accende l’immaginario di quei lettori locali e non, che ritrovano luoghi a loro familiari. Il luogo in cui un racconto si colloca fornisce lo sfondo necessario affinché gli eventi abbiano profondità dice Jessica Page Morrell.

Ma facciamo un passo indietro. Quando uno scrittore parla di collocazione di una storia intende l’ambientazione precisa della storia stessa. L’obiettivo principale di uno scrittore è quello di trasportare il lettore nella realtà parallela che ha creato, va da sé che tanto più riconoscibili e reali sono i posti che descrive, tanto più riuscirà nel suo intento. Lo scrittore e docente di scrittura creativa Chris Lombardi a proposito dice: Si scrive e si legge con la mente, ma la vita viene vissuta con tutto il corpo. Nella narrativa questa sensazione di fisicità ci viene data dalla descrizione dei luoghi.

Le interazioni tra personaggi ed eventi di cui parla la O’Connor devono dunque avere degli scenari ben delineati. Le azioni devono svolgersi in ambienti riconoscibili o almeno intuibili. Anche se il racconto o il romanzo è ambientato in un mondo fantastico, il lettore deve pur sempre trovare un elemento che riesce a fargli immaginare il luogo dove il consueto conflitto tra eventi e personaggi va in scena. Che il luogo descritto sia il ponte di comando di un’astronave che vaga in una galassia remota o la sala biliardo del bar sotto casa, non cambia le cose: lo scrittore deve sempre trascinare il suo lettore negli ambienti che descrive.

La difficoltà maggiore di uno scrittore, rispetto a un regista cinematografico o a un fotografo professionista, sta nel fatto che non dispone di un mezzo che riproduce le immagini. La macchina da presa dello scrittore è fatta di carta, grafemi, lettere, frasi e paragrafi che messi insieme danno un senso compiuto al messaggio. Le descrizioni sono fatte di parole, dice Chris Lombardi: Se volete trasferire sulla pagina le vostre suggestioni e il mondo che avete immaginato, le parole sono il mezzo che determina forma, luci, ombre e colori. Uno scrittore di prosa può dunque solo evocare un’immagine attraverso le parole, ricorrendo a piccoli stratagemmi come similitudini e metafore.

Nella narrativa però, per dirla ancora con Chris Lombardi bisogna usare metafore e similitudini sorprendenti, insolite, diverse da quelle che si possono sentire in strada senza però dimenticare che è comunque dalla strada, dalla vita reale che uno scrittore deve attingere le sue immagini. Questo sottolinea anche quanto sia importante l’attenzione che bisogna dare ai particolari.

Notate, a titolo d’esempio, i particolari di questo brano di Ordinary Money di Louis B. Jones.

C’è un segnale di stop all’altezza della 7-eleven, e dovete svoltare a destra in Robin Song Lane, poi a destra in Sparrow Court, e la casa di Laura Paschke è la terza sulla sinistra, uguale a quella dei vicini ma dipinta con un verde fuori moda, e un gallo di ferro lasciato lì dai precedenti proprietari.

Nessuno di noi lettori è mai andato a casa di Laura Paschke, ma con le precise informazioni che Jones ci dà in questo brano è come se fossimo davanti quella casa anche noi. I particolari di questo inciso sono straordinariamente illuminanti. La maggior parte dei lettori non avrà dimestichezza con le strade di Rock Springs, cittadina del Wyoming in cui è ambientato il romanzo di Jones.

La descrizione che lo scrittore fa in questa scena non serve a dare al lettore una mera indicazione turistica, ma serve a dare delle informazioni essenziali della storia. L’astuzia di Jones sta proprio nel raccontare come si arriva a casa di Laura Paschke dando delle indicazioni stradali, così come farebbe un qualsiasi abitante di Rock Springs con uno straniero. In questo caso il narratore è l’indigeno mentre il lettore è lo straniero. Con questo espediente narrativo la percezione che un lettore avrà è quella di essere alla guida della sua macchina, magari con il braccio fuori dal finestrino e il vento tra i capelli, mentre si aggira a bassa velocità in un posto sconosciuto.

L’ignoto suscita quella sensazione di smarrimento in un lettore e la sensazione disorientante diventa potere nelle mani di uno scrittore: la sensazione che si prova nel leggere questo brano è quella di essere completamente in balia del narratore, della storia e degli eventi che stanno per accadere. Arrivati finalmente in Sparrow Court il lettore si trova di fronte alla casa di Laura. Anche in questo caso la descrizione è composta da alcuni elementi evocativi che ci fanno apparire davanti agli occhi lo scenario.

Jones ci dice che la casa è uguale a quella dei vicini, questo significa che ci troviamo in un sobborgo, un anonimo quartiere di case fatte in serie e poco originali. Tuttavia la casa di Laura ha un colore diverso dalle altre e questo particolare serve al lettore per focalizzare al meglio l’edificio descritto. Come già sottolineato da Lombardi uno scrittore attento deve sempre puntare sull’aspetto di originalità per catturare meglio l’attenzione. In questo caso Jones assolve perfettamente questo compito dando quella giusta peculiarità al luogo dove si sta per verificare un evento.

L’altro elemento che balza all’occhio è il gallo di ferro all’entrata della casa. Di una cosa in narrativa dobbiamo essere assolutamente certi: nessun particolare inserito nel testo è inutile. Va da sé che anche l’elemento del gallo di ferro ci deve dire qualcosa. Dunque, perché Jones ci descrive questo gallo di ferro? I motivi sono due: evocazione d’immagine e costrutto psicologico del personaggio. È evocativo in quanto, con questo stratagemma, Jones sta portando il lettore al centro della scena, come capita a un spettatore cinematografico quando il regista usa l’espediente di un avvicinamento di camera. E se fate caso, questa scena descritta, sembra proprio una ripresa cinematografica che va dal campo lungo al primissimo piano: L’incrocio, le strade, la strada dove si trova la casa, la casa e il gallo.

Dicevamo che il gallo ci dà anche delle nozioni sulla psicologia del personaggio perché, con questo particolare Jones, ci sta dicendo che l’abitante di quella casa, cioè Laura Paschke, è una donna che si sente provvisoria e che non appartiene a questo luogo. Jones, infatti, ci dice che quel Gallo lo hanno lasciato i vecchi proprietari, la qual cosa ci suggerisce, inconsciamente, che Laura non ha nessuna intenzione di piantare davanti a quella casa il suo personalissimo gallo di ferro, perché probabilmente non resterà a lungo in quel posto.

In un paragrafo di appena quattro righe Jones ci ha fornito tanti elementi che suscitano la curiosità di qualsiasi lettore. Ci ha portato nel luogo della sua narrazione, al centro della scena che ci ha minuziosamente descritta, giocando su elementi riconoscibili che ci hanno evocato immagini figure ed elementi psicologici che appartengono al bagaglio delle nostre esperienze e dei nostri ricordi.

Lo spazio risuscitato basta a ravvivare, a far rivivere, a riportare a galla ricordi più fuggevoli e più insignificanti, così come i più essenziali dice Georges Perec, ed è proprio la capacità di resuscitare ricordi la maggiore qualità di uno scrittore.

A seguito di queste considerazioni possiamo dunque affermare che dare la sensazione al lettore di trovarsi in un determinato posto, descrivendolo attraverso le parole o semplicemente facendogli vivere la sensazione particolare di quel luogo specifico, è un compito essenziale per lo scrittore.

Il vangelo secondo il figlio Norman Mailer

vangelo secondo il figlio

A cura di Sergio Ragno

Il vangelo secondo il figlio è un romanzo sulla vita di Gesù raccontata stavolta dallo stesso protagonista. Un punto di vista diverso che restituisce un’immagine più umana e genuina del Nazzareno. Si tratta comunque di fiction, una rivisitazione dei fatti così come Mailer se li è immaginati, pensando a come Gesù stesso li avrebbe raccontate durante il suo breve passaggio tra gli uomini.

E già nell’incipit di questo romanzo Mailer tiene a precisare questo aspetto. Dopo aver citato il passo del suo battesimo di Gesù tratto dal Vangelo di Marco, il Gesù di Mailer dice: “Il Vangelo di Marco, che non oserei definire falso, è tuttavia esagerato. E andrei ancora più cauto per quelli di Matteo, Luca e Giovanni, che mi hanno attribuito parole che non ho mai pronunciato.” Successivamente giustifica gli evangelisti dicendo che hanno scritto i vangeli molti anni dopo la sua morte basandosi sui racconti fatti da persone molto anziane.
In questa frase si trova un elemento che porta a una prima riflessione. La frase infatti ricorda molto l’incipit di Huckelberry Finn. All’inizio del romanzo di Twain, Huck dice che alcuni fatti della sua vita erano stati riportati dal “signor Mark Twain che per lo più disse la verità anche se c’erano delle esagerazioni.” La citazione più o meno velata (per il lettore americano un po’ meno, per la verità) mostra l’intenzione di Mailer di sottolineare che quello che il lettore sta per leggere è fiction, ma al tempo stesso dichiara che anche le storie della vita di Gesù raccontate nei Vangeli sono anch’esse frutto di esagerazioni narrative.

Tornando a Huck Finn, il Gesù di Mailer sembra somigliargli molto anche nella personalità, in particolare nella sua ingenuità e in quel percorso di conoscenza del mondo attraverso occhi di un “puro di cuore”. Il Nazzareno di questo libro è essenzialmente un uomo nel corpo e nello spirito, un bravo artigiano, un falegname così pignolo da criticare persino la superficialità con cui è stata inchiodata la croce che lo sta per accompagnare alla morte. Un uomo semplice che si ritrova a portare un peso più grande di quanto il suo corpo riesce a sostenere. Il più delle volte è lo stesso Dio che agisce attraverso lui, parla al posto suo. Il più delle volte non è completamente consapevole di quali siano i suoi poteri e spesso si ritrova a improvvisare. “Così dissi alla tempesta –placati!- e subito ci fu una gran calma. In verità non sono certo di aver fatto un vero miracolo […] avevo avuto sentore che la tempesta stava per finire. Tuttavia dissi, compiaciuto: perché temete, uomini di poca fede?”
I personaggi dei vangeli, i fatti narrati, i discorsi e gli stessi miracoli ci sono tutti, ma sono tutti moderati e talvolta ridimensionati da Gesù stesso. Addirittura in molti passi del romanzo il Nazzareno di Mailer dà l’impressione di essere un pesce fuor d’acqua elemento che spesso dà al romanzo un aspetto ironico che fa riflettere. Non mancano le riflessioni sulle religioni e i fanatismi religiosi che un Gesù morto da tempo mentre siede “alla destra del Padre” si trova a fare. Dopo la sua morte gli ebrei si trovarono a discutere per quasi cent’anni se lui era il Messia o meno. “I ricchi e i bigotti ebbero la meglio: come poteva il Messia essere un poveruomo con un accento poco raffinato? Dio non l’avrebbe mai permesso. Però va detto che molti di quelli che ora si definiscono cristiani sono ricchi e bigotti, e temo che non siano meglio dei Farisei.”

Questo sottolinea quanto la versione di Mailer della storia di Gesù sia stata ricostruita sulla base di una critica severa sulla strumentalizzazione della figura del Cristo. Una componente che induce a profonde riflessioni sulla fede e che porta alla tentazione di considerare quest’opera, per i molti aspetti umani e spirituali trattati, come il quinto Vangelo.

Il commesso, Bernard Malamud

il commesso - Malamud

A cura di Sergio Ragno

È il 1957 quando Bernard Malamud pubblica il suo secondo romanzo The Assistant, tradotto da noi con il termine meno complesso de Il commesso. Lo scrittore, nato a Brooklyn nel 1914 e morto nel 1986, si è già fatto notare con alcuni racconti, piccoli capolavori che verranno poi raccolti nel volume Il barile magico, ma il vero esordio è con The natural (Il migliore in italiano) che gli vale la qualifica di “scrittore promettente”. La promessa è mantenuta, qualche anno dopo, all’uscita del quarto romanzo L’uomo di Kiev che regala a Malamud il Premio Pulitzer. Esponente di quella che viene definita “letteratura ebraico-americana”, Malamud ne è una delle personalità più brillanti anche se meno note e celebrate. Il suo mondo, fatto di piccoli uomini spesso impegnati a difendersi da un’esistenza beffarda e implacabile, è raccontato con un’ironia sempre sottile o in altri casi più apertamente feroce. Fin dalle prime prove però è evidente il principale interesse dell’autore: raccontare storie. La storia, il piacere di costruirla passo dopo passo e di narrarla a chi legge, spesso totalmente rapito, sono il vero credo di Bernard Malamud. In questo senso, Il commesso ne è forse l’esempio tra i più emozionanti e puntuali.

La vita di Morris Bober sembra procedere senza sorprese dietro i vetri di un piccolo negozio di alimentari nascosto nel cuore di Manhattan. A un certo punto nella sua esistenza entra Frank Alpine, piccolo ladruncolo di origini italiane, che verrà assunto come commesso. Il giovane goy (il non ebreo, il gentile) si innamora di Helen, la figlia dell’ebreo Morris, e per lei resisterà dietro al bancone del negozio, sempre più assediato dalla concorrenza, fino al sorprendente finale che rende l’intero libro leggibile come un romanzo di formazione e gli dona il respiro illuminante della parabola.

La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti di queste tre esistenze in cerca di redenzione. Il giovane Frank via via prende il posto del vecchio Bober, in una sorta di speculazione e annullamento di un personaggio in un altro, riducendo a un’unica entità l’eroe e l’antieroe. Entrambi sono alla ricerca dell’amore di Helen, cosa che dal principio crea il solito contrasto necessario al turbinio narrativo. Tuttavia i due personaggi Loser di Malamud non riescono a essere cattivi fino in fondo e finiscono per dividersi una sola esistenza. Questo dello scambio dei ruoli, dell’annullamento dell’antieroe nell’eroe e viceversa è uno stratagemma narrativo che Malamud approfondirà successivamente nel romanzo Gli inquilini.

La narrazione de Il commesso, dal ritmo quasi ipnotico, si svolge attraverso le azioni, i gesti, gli sguardi e perfino le abitudini, dei protagonisti.

Lo stile lucido, sempre di facile lettura e apparentemente disadorno, quasi dimesso, è al contrario un esempio di magistrale padronanza della penna e un capolavoro di perfezione. Se c’è uno scrittore da cui un principiante può attingere questo è senza dubbio Bernard Malamud e il Commesso è quasi certamente l’esempio della sua linearità narrativa e della sua grande capacità di fare letteratura.