Comincia il caldo autunno di INC

La produzione letteraria di Itinerari Narrativi Contemporanei, dopo i successi di All’improvviso un miscuglio di voci e Le identità liquide, non si è mai interrotta e anzi, i soci scrittori di INC hanno lavorato tutto l’anno per presentarsi, questo autunno con ben due antologie di racconti: Criminals Seekers in uscita a novembre, e Il buio luminoso che sarà disponibile a dicembre. La prima antologia, Criminals Seekers, nasce dal primo laboratorio sulla Detective Story organizzato dall’associazione letteraria INC e tenuto dallo scrittore Sergio Ragno. Si tratta di un progetto che raccoglie 9 racconti scritti da altrettanti autori, la cui particolarità sta nel fatto che tutti i casi trattati sono dei veri delitti rimasti senza un colpevole.

Gli scrittori di INC hanno dunque studiato i casi e, con l’aiuto della propria creatività e immaginazione, hanno trovato una soluzione per ognuno di essi, basandosi solo ed esclusivamente sulle proprie capacità deduttive.

Siccome i crimini trattati sono americani (ad eccezione del primo avvenuto in Francia), per dare una maggiore continuità di verosimiglianza del progetto, abbiamo inoltre scelto di dare a ogni autore uno pseudonimo, anche se il vero nome degli scrittori viene svelato nell’indice.

Il risultato è un’antologia densa di suspance e colpi di scena, una narrazione capillare e intensa dove ogni ipotesi potrebbe, come spesso accade in narrativa, non discostarsi molto dalla realtà dei fatti.

L’opera degli scrittori di Criminals Seekers sarà presentata domenica 18 novembre 2018 alle ore 18,00 presso i sotterranei del castello di Abbiategrasso, con la partecipazione straordinaria del criminologo Marco Ferrario.

Durante la presentazione sarà proiettato un cortometraggio scritto e diretto dallo scrittore Sergio Ragno e interpretato dagli stessi autori dell’antologia, che sono: Marco Astolfi, Marzia Rizzo, Alberto Mantegazza, Ilaria Celasco, Simona Gervasoni, Tiziana Bianco, Francesca Albergo, Ivana Mostini e lo stesso Sergio Ragno.

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PICCOLI SUICIDI TRA AMICI di Arto Paasilinna

di Simona Gervasoni
Poco più di una settimana fa è girata la notizia che lo scrittore finlandese Arto Paasilinna è morto.
Non so se qualcuno di voi ha mai letto un romanzo di questo autore, ma dovete farlo, perché per me è stata una folgorazione, sopratutto di buonumore e di risate.
Il mio incontro con lui è stato molto particolare: mi ero messa in testa di leggere un libro edito da Iperborea (così, perché volevo avere un contatto con un autore nordico) e mi ero messa in testa di leggere qualcosa di divertente e ho trovato : “Piccoli suicidi tra amici”.
Fin dall’inizio questo romanzo promette bene, infatti l’autore definisce la malinconia come il più formidabile nemico dei finlandesi, più spietata dell’Unione Sovietica e già qui sono tutta occhi per le pagine di questo libro. Se si va avanti si scopre che un imprenditore e un ex colonnello si mettono a vicenda il bastone tra le ruote nel loro rocambolesco tentativo di porre fine alle proprie esistenze. E da quell’incontro nascerà l’idea che se loro due, nello stesso momento, han deciso di compiere quel gesto estremo, chissà quanti come loro ce ne sono sparsi per tutta la Finlandia. Allora perché non cercarli, unirsi, prendere un pulmino, girare l’Europa e terminare le loro vite tutti assieme?
《In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.》
E in questo romanzo è proprio così, la morte non è mai presa troppo sul serio al punto da capovolgere la vita.

Paasilinna ha fatto colpo con la sua ironia e la forza dei suoi personaggi ed è sicuramente un autore da leggere. E se vi ha incuriosito come autore vi posso anche consigliare “Il migliore amico dell’orso”. Vi posso anche spoilerare che il migliore amico di un vero orso bruno è un pastore, un uomo timorato di Dio.

Buona lettura.

BRANCHIE di Niccolò Ammaniti

di Valeria Pedretti

branchie-ammaniti

La genesi di Branchie (1994) è una storia curiosa. Ammaniti era uno anziano studente di Scienze Biologiche quando lo scrisse. Come lui stesso ha dichiarato in un’intervista “Branchie è nato da una tesi di biologia, come un tumore maligno”. Proprio così. Durante la stesura della tanto agognata tesi di laurea, Ammaniti concepì una storia di pesci e musicisti, di chirurghi macellai e posti esotici. Non si laureò mai. Ma in compenso divenne quello che è oggi: uno scrittore di grande talento e meritato successo. E Branchie simboleggia l’inizio della sua ascesa nel panorama letterario italiano.

Branchie

Marco Donati ha la passione per i pesci. Vive a Roma, dove gestisce un acquario oltre alla madre ossessiva e alla fidanzata, Maria. Sarebbe un ragazzo felice, ma è malato terminale. Ha un cancro ai polmoni e ha deciso di non sottoporsi alle cure mediche. Solo sua madre lo sa e tenta in ogni modo di fargli cambiare idea. Ma Marco è testardo. Sempre più spesso passa le serate nel suo acquario, insieme ai pesci e a una bottiglia di vodka. Quando non ha più scuse, però, è costretto ad accontentare Maria e a trascorrere ore infinite ai festoni che lei adora. Questa è la sua vita. E Marco attende paziente e un po’ malinconico il suo momento.

Ma è una lettera a invertire il corso degli eventi, una lettera di Nuova Delhi, India. Inizialmente titubante, alla fine Marco accetta. Perché non farsi una bella vacanza? Tanto … E così, messa a tacere la madre, parte. L’India è una voragine che lo inghiotte una (s)fortuna che lo perseguita. Letteralmente. Fin da quando sale in aereo. È una terra meravigliosa quanto detestabile, ha il potere di portarlo fino al cielo e subito dopo negli antri più sordidi, maleodoranti e … musicali. Ma Marco non si perde d’animo. Affronta le sue sfide. Lotta per il domani, aggrappandosi proprio a quella vita che ha deciso di rifiutare. Ed è qui che inizia davvero la Storia; in questi spazi colorati e ricchi di profumi, fra donne bellissime, ma malvagie, un nuovo amore, amici sinceri e chirurghi macellai. Il tutto, come dice Ammaniti, frullato in un “tramezzino ripieno di baccalà, broccoli, maionese e cipolle al curry”.

Commento-

Branchie è un libro che, nella sua immaturità, spiazza. Si ha l’impressione che per ogni avventura che Marco vive non sia previsto un seguito. Di conseguenza la descrizione dei fatti risulta puntuale, a mio parere poco approfondita, ma essenziale. È impossibile prevedere come si svolgeranno le vicende, poiché tutto risulta al limite del verosimile. Leggendo si capisce subito come si evolverà il modus scribendi di Ammaniti, qui ancora acerbo; uno stile nervoso dal ritmo frammentato e incalzante, che colpisce. Autentico, diretto, irriverente.

Pur non essendo il mio genere, l’ho apprezzato. È leggero, divertente, tragi-comico. Lo sviluppo delle vicende mi ha ricordato ‘Il mondo secondo Garp’ di John Irving, libro che ho amato. Ve lo consiglio. Se sarà il vostro primo romanzo di Ammaniti che leggerete, poi non potrete che proseguire con gli altri.

Buona lettura!

“DIVORARE IL CIELO” di Paolo Giordano

di Valeria Pedretti

divorare il cielo

Paolo Giordano nasce a Torino nel 1982. Diplomatosi con il massimo dei voti al Liceo Scientifico Gino Segrè, si iscrive alla facoltà di Fisica, dove si laurea nel 2006 con una tesi premiata fra le migliori.

La notorietà nell’ambito letterario arriva nel 2008 con La Solitudine dei Numeri Primi’ (di cui è stata realizzata la trasposizione cinematografica nel 2010 per la regia di Saverio Costanzo), grazie al quale si aggiudica il Premio Strega. Ad oggi Giordano è il più giovane scrittore ad aver ricevuto un riconoscimento di tale importanza.

È autore di altri tre romanzi, ‘Il Corpo Umano’ (2012), ‘Il Nero e l’Argento’ (2014) e ‘Divorare il Cielo’ (2018).

Divorare Il Cielo-

Per Teresa Gasparro la Puglia è una terra che esiste solo ad agosto. È qui che trascorre tutte le estati, a Speziale, a casa della nonna paterna. Ma non è facile passare il tempo quando si è soli. Una notte, al buio della sua camera, Teresa sente dei rumori provenire dal giardino, schizzi, voci sommesse, qualche risata. Si affaccia alla finestra. Giù, nella piscina di casa, tre ragazzi fanno il bagno nudi. I ragazzi della Masseria, quelli che, come dice sua nonna ‘fanno parte di una specie di eresia’. E così la vita di Teresa si lega indissolubilmente alla loro, a quella di Nicola, Tommaso e Bern. Ed è nello sguardo di Bern, nei suoi occhi scuri un po’ ravvicinati, che Teresa conosce la verità.

Dopo l’incontro con Bern, Teresa sente Torino appartenerle sempre meno. Abbandona l’università e fa ritorno a Speziale. Prima per un paio di giorni. Poi per sempre. E qui, fra passioni e rancori, fra verità spiazzanti e oscuri segreti, fra un Nord distaccato e un Sud spirituale, la vita di Teresa cambia. Il prezzo da pagare è alto, ma c’è Bern, la sua certezza e al contempo incertezza più grande. Perché Bern ha una strana tendenza. Quella di divorare il cielo.

Opinione personale-

Divorare il Cielo è un libro potente. È questo che contraddistingue Paolo Giordano. Al centro delle vicende vi è ancora una volta l’adolescenza, intrigante, oscura, passionale, come mai è stata raccontata. La voce narrante è quella di una ragazza, Teresa, che da adolescente vediamo trasformarsi dolorosamente in una donna. Teresa ci accompagna attraverso una Puglia arsa dal sole, eppure macchiata da pericolose zone d’ombra e di volta in volta restringe l’obiettivo sui tanti personaggi che intervengono nella storia, a partire da se stessa.

Lo stile di Giordano è brutalmente schietto. A mio parere si inserisce nel solco di Niccolò Ammaniti e Margaret Mazzantini, ma con una punta in più di morbidezza. È una vicenda forte, raccontata senza veli e senza pudore, così come è la gioventù.

Mi è piaciuto, ma onestamente perde, se messo a confronto con ‘La Solitudine dei Numeri Primi’. Talvolta alcune parti vengono narrate frettolosamente, altre mi sono risultate un po’ confuse; come se le cose da dire fossero troppe e Giordano abbia avuto difficoltà ad equilibrarle in un tutt’uno armonico.

Ma come tutti i libri di Giordano, Ammaniti e Mazzantini, merita di essere letto. Ne vale la pena. Davvero.

Buona lettura.

Sportswriter, Richard Ford

sportswriter

A cura di Sergio Ragno

Da lettore spesso mi ritrovo a cercare nelle pagine di un libro delle frasi, dei paragrafi, che in qualche modo mi rivelino lo stile e la personalità di un autore o semplicemente che mi diano degli elementi rivelatori inequivocabili del messaggio che lo scrittore vuole dare al lettore. Quando ho cominciato a leggere Sportswriter di Richard Ford, devo dire che ho avuto grosse difficoltà nell’individuare “quella” frase tra le tante che mi hanno lasciato senza parole ma con tante riflessioni. Sportswriter è un gran bel leggere.  È la storia di Frank Bascombe, giornalista sportivo e mancato romanziere. Una storia americana come tante, ambientata ad Haddam (New Jersey), con un divorzio e la difficoltà del personaggio principale di rifarsi una vita. Scritto in prima persona con uno stile asciutto nel senso più cinico del termine, Sportswriter si presenta allo stesso tempo molto ricco nella sfera più strettamente sintattica. È una storia di solitudini e di tentativi di riconquista della propria normalità. Frank non ha superato la sua separazione dalla moglie, che nel libro è chiamata semplicemente con una X, e la coppia X Frank, prima del divorzio, non ha superato la morte del figlio Ralph, nonostante abbiano altri due figli.

L’inanità di una breve storia d’amore con Vicky un’infermiera dell’Haddam central Hospital, più altre improbabili ed effimere relazioni, tra cui l’ultima con una giovane donna (Cathrine), rivelano quanto Bascombe sia fortemente legato alla famiglia che ha perso. Anche se in questo vincolo traspare più un legame allo stereotipo della famiglia americana, elemento che trasforma questa storia in un circolo vizioso che porterà a una risposta aperta della domanda drammaturgica principale della struttura narrativa di Sportswriter.

La notizia del suicidio di un amico di Bascombe, Walter Luckett, permette a Bascombe di uscire da una situazione imbarazzante con la sua nuova ragazza Vicky, che lo sta per lasciare, e innescare nel contempo un nuovo tentativo di riavvicinamento con la moglie X. I due, infatti, s’imbatteranno insieme in un’improponibile indagine a casa del suicida, in cerca più di loro stessi che delle motivazioni che hanno spinto Walter al suicidio. Ma la cosa non funzionerà. Frank commetterà ancora una volta un piccolo errore che X non gli lascerà passare. Questo è il momento dell’esplosione del climax narrativo di Sportswriter, dopodiché c’è una lunga fase di anticlimax, dove finalmente riesco a trovare la frase che cercavo. Bascombe è in redazione di Sportsweek e partecipa a un brain stoarming. Nota quanto i giornalisti sembrino apparentemente gentili e collaborativi con i colleghi. Ma poi dice: “Gli scrittori – tutti gli scrittori – hanno bisogno di appartenere a qualcosa. Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro.” Frank Bascombe è uno scrittore che ha lasciato un romanzo inconcluso e la sua sensibilità e capacità di percepire il mondo lo rende un alieno in quel gruppo di giornalisti, ma allo stesso tempo lo rende simili a loro: scrittori sospesi in un limbo tra il desiderio di un’intellettualità più profonda e la triste ambizione illusoria di essere noti al mondo attraverso i loro articoli sportivi. Come se essere noti significasse essere vivi.

Sportswriter di Richard Ford è il primo romanzo di una trilogia che comprende “Giorno dell’indipendenza” e “Lo stato delle cose.” Una lettura fluida, con molte immagini e in alcuni tratti anche poetica che paga il prezzo di una traduzione italiana non all’altezza.

Il Mondo Secondo Garp, John Irving

il mondo secondo garp

A cura di Sergio Ragno

L’infermiera Jenny Fields non è una donna che ama particolarmente i rapporti tra uomini e donne. In particolare non è una donna che può pensare ad avere una relazione con un uomo, ma vorrebbe comunque avere un figlio. Nel 1942, nell’ospedale in cui lavora del New Hampshire, cominciano ad arrivare i soldati feriti in guerra, uno di questi è uno sfortunato aviatore ridotto a un vegetale che è in grado solo di ripetere il suo nome Garp e di masturbarsi in continuazione. È qui che all’infermiera Filds viene l’idea: si approfitta delle abitudine dell’aviatore incosciente mentre è dedito alle sue abituali manifestazione di autoerotismo e gli sale a cavalcioni facendosi mettere incinta. È in questo modo che viene concepito Garp Fields.
Garp viene dunque allevato dalla sua stravagante mamma che dopo aver pubblicato la sua autobiografia diventa, senza volerlo, l’idolo delle femministe americane. Nella palestra della scuola Garp conosce Helen Holm, figlia del suo istruttore di lotta libera e dopo aver saputo che la ragazza da grande vorrebbe sposare uno scrittore, decide di fare lo scrittore.
Un romanzo di un’ironia straordinaria e sorprendente, l’epopea la vita di un uomo, Garp Fields, costellata di eventi originali, così come è originale il suo concepimento.

IO SONO QUEL GORILLA Il nuovo sorprendente romanzo di Sergio Ragno

io sono quel gorilla

di Valeria Pedretti

Tra le sorprese letterarie del 2018 c’è il nuovo romanzo di Sergio Ragno, Io sono quel Gorilla. Nel 2016, ancora di inedito, è entrato nella cerchia dei cinque finalisti del concorso InediTo del salone del libro di Torino, aggiudicandosi un più che meritato secondo posto.

Si tratta di un romanzo con un’ambientazione precisa, la Dallas degli anni Sessanta sconvolta da uno degli eventi più destabilizzanti dell’America del ‘900: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Il protagonista è Jack Shelley (Jack, come il nome privato di Kennedy) uno dei tanti poliziotti di Dallas, che il 22 novembre del 1963 viene incaricato di vigilare sulla sicurezza del Presidente durante la sua visita nella capitale Texana. Shelley, ex tiratore scelto dei Marines, si ritrova per puro caso faccia a faccia con il futuro assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald. L’incontro avviene prima che il volto di quest’ultimo venga sbattuto sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma per una serie di circostanze che si riveleranno orchestrate da un complotto, non riesce a fermarlo. Shelley corroso dai rimorsi del suo fallimento e dopo essersi reso conto che nel complotto contro Kennedy facevano parte anche alcuni colleghi a lui vicini, cerca a sua volta di farsi uccidere. Ma fallisce anche questa volta, durante una rapina. Da quel momento la sua vita cambierà in modo radicale.

Il romanzo di Ragno è uno spaccato sulla cultura americana degli anni Sessanta, che si basa su una ricerca storica attenta e ben documentata. Il registro linguistico della voce narrante è stato appositamente curato, tanto da risultare assonante ad opere dell’epoca di scrittori americani quali Bernard Malamud, Richard Yates e il John Barth di La fine della strada.

Sergio Ragno, docente di scrittura creativa per ‘Fondazione per Leggere’, ci ha da tempo abituato alle sue escursioni narrative oltreoceano con il suo primo edito Io m’infilo dappertutto. Anche se l’autore con il nuovo Io sono quel Gorilla esplora un terreno letterario completamente diverso, esso risulta egualmente fluido ed efficace grazie al particolare stile narrativo.

Il romanzo sarà presentato a breve presso i sotterranei del Castello di Abbiategrasso dal criminologo Marco Ferrario, uno dei soci fondatori della neonata associazione letteraria INC (Itinerari Narrativi Contemporanei) nell’ambito della rassegna INContro con l’autore.

Potete acquistare il romanzo direttamente sul sito dell’editore Prospettiva Editrice

L’imprevedibile viaggio di Harold Fry di Rachel Joyce

Harold Fry

A cura di Valeria Campana

Un viaggio straordinario quello di Harold Fry. Un viaggio che porta il lettore da un capo all’altro dell’Inghilterra, fino ai confini della Scozia. 1000 km, 87 giorni, un uomo che diventerà un amico così grande che l’idea di non poterlo abbracciare sul serio, alla fine del viaggio, vi lascerà piuttosto spiazzati, ve lo dico.

Harold Fry è in pensione da pochi mesi quando riceve la notiza che Queenie, una sua vecchia amica a cui deve molto e che non vede da vent’anni, sta per morire di cancro.

La notizia lo scuote profondamente per una serie di ragioni che saranno svelate al lettore a poco a poco durante il viaggio. Harold decide di rispondere alla lettera dell’amica ed esce di casa per spedire la sua risposta. Ma, alla prima buca delle lettere, passa oltre e comincia a camminare. Complice l’incontro illuminante con la ragazza della stazione di servizio, Harold, che non ha mai fatto niente di imprevisto in vita sua, decide di andare a piedi fino alle porte della Scozia dov’è ricoverata la sua amica. L’anziano si è infatti convinto che finché lui camminerà, Queenie non morirà.

Così Harold parte, senza bussola, cartina o cellulare e con ai piedi le sue scarpe da vela, per nulla adatte a un viaggio di mille chilometri. Parte per quest’impresa epica affrontandola con una semplicità disarmante.

Questo viaggio, ma soprattutto la vita di Harold, saprà sconvolgervi e sorprendervi (e più di tutto commuovervi) quando meno ve lo aspettate. Harold cammina e la sua vita passata e presente scorre tutto intorno, trasformando il suo viaggio attraverso l’Inghilterra in un viaggio dentro se stesso.

C’è il rapporto complicato con la moglie Maureen e quello con il figlio David (che non vi posso svelare di più ma, credetemi, vi lascerà senza parole). C’è la sua infanzia, la madre che lo ha abbandonato e il padre con le tante “zie” che hanno abitato la sua casa. C’è l’età adulta, il lavoro al birrificio e l’amicizia con Queenie. E infine ci sono i tanti personaggi che Harold incontra nel suo cammino e che mettono in risalto ancora di più le incredibili qualità di quest’uomo.

Aveva imparato che era la piccolezza della gente a rimpierlo di meraviglia e tenerezza, e anche la solitudine. Il mondo era fatto di persone che mettevano un piede davanti all’altro, e una vita poteva sembrare banale solo perché chi la viveva lo faceva da tanto tempo. Harold non riusciva più a passare davanti a uno sconosciuto senza riconoscere che tutte le persone erano uguali, ma anche uniche. Questo era il dilemma degli esseri umani.

Ho amato Harold come personaggio prima di tutto. Uno dei più riusciti di cui abbia mai letto, se posso essere sincera. E mi sono innamorata della sua storia perché trovo sia un incoraggiamento straordinario ad amare e osare in nome dell’amore e dell’amicizia.

Questo libro è un bel libro. E non lo dico soltanto per il piacere che troverete nel racconto, ma anche perché io personalmente l’ho trovato esteticamente bello. Bello nei caratteri, bello nelle mini illustrazioni che accompagnano ogni capitolo, bello nelle scarpe da vela della copertina, bello nella cartina a fine libro dove potrete seguire il viaggio di Harold tappa per tappa.

Stoner, John Williams

stoner

A cura di Sergio Ragno

John Williams non rientra di certo nell’orbita dei miei autori preferiti, tuttavia Stoner, il suo personaggio più celebrato mi ha sempre incuriosito. Un professore per caso, un uomo di lettere di estrazione contadina, con una moglie dissociata e frigida e una figlia con la quale non trova mai il modo di dimostrarle il suo amore tutte. Williams decide, già nell’incipit, di informare il lettore che questo libro parla di un uomo qualunque già morto e sepolto.

Decide dunque di raccontare la storia in una maniera circolare, riducendo in questo modo la domanda drammaturgica principale a una mera esortazione: è riuscito Stoner a lasciare un segno del suo passaggio in questo mondo?

Devo dire che il romanzo si legge con estrema facilità, e con altrettanta semplicità coinvolge già dai primi paragrafi. La scrittura non è delle più esaltanti, mentre la trama è semplicemente onesta e facilmente individuabile (talvolta prevedibile).

Non ho molto apprezzato i salti temporali: troppo sbrigativi, tanto che spesso sono posizionati in mezzo al paragrafo e forse la traduzione (non ho letto il testo originale) è troppo superficiale e poco efficace, cosa che, a mio giudizio, sembra togliere spessore all’opera.

Tuttavia il personaggio ha un valore che va al di là della struttura del romanzo e che da solo regge l’intero impianto narrativo. Williams ha avuto l’abilità di costruire il suo archetipo basandosi su quasi tutte le non qualità umane di un uomo che si lascia trascinare dagli eventi, in una sorta, meno impegnata, di “Alla mercé di una brutale corrente” di Henry Roth.

Diventa professore per caso, come per caso si ritrova sposato con una donna impassibile e anaffettiva, mentre non riesce a combattere per l’unico amore della sua vita. Non è mai capace di imporre la propria volontà sia in ambito professionale sia in quello familiare, tant’è che non riuscirà mai a dimostrare a sua figlia il proprio amore. Solo verso la fine della sua vita proverà a ribellarsi, ma sembra ormai tardi e, all’estremo delle forze, riesce solo a essere, ancora una volta, severo con se stesso.

L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

l'uomo di kiev

A cura di Sergio Ragno

La scrittura di Bernard Malamud si contraddistingue dagli altri autori ebrei americani per la impassibilità e il distacco che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi narratori. Una voce neutra e assolutamente asettica accompagna i lettori dei suoi senza mai emettere un giudizio. La forza della grande capacità di raccontare storie di questo scrittore sta proprio nel mettere il lettore nelle condizioni giuste di giudicare i fatti.
“The Fixer”, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo “L’uomo di Kiev” è una sorprendente finestra sulle origini dell’antisemitismo sovietico. La grande capacità descrittiva di Malamud ci porta in un lungo viaggio interiore che ci fa capire quanto ingiustificato possa essere considerato l’avversione per il popolo ebraico e quanto questo si base sulla non volontà di conoscere a fondo una cultura religiosa millenaria che, ad ogni buon conto, ha dato origine a quella cristiana.

Il protagonista di questo romanzo è Yacov Bok, un orfano ebreo capace di aggiustare ogni cosa, come suggerisce il titolo originale The Fixer (l’aggiustatutto). Il giovane è stato abbandonato da poco dalla moglie e, rimasto anche senza lavoro, decide di mettersi in viaggio. Lascia lo sthetl, (così chiamavano i villaggio delle campagne ucraine) per cercar fortuna a Kiev. Il piano del buon Yakov è semplice e preciso: fare un po’ di soldi per pagarsi il viaggio in America.

Una volta a Kiev Yacov fa l’incontro che costituirà il primo evento che scombussolerà l’equilibrio narratologico del romanzo e che darà vita a un’intrigante trama: durante una delle sue escursioni verso l’esterno soccorre un ubriaco caduto nella neve, un imprenditore antisemita che per riconoscenza – mantenendo Yakov il riserbo sulle sue origini – gli offre prima lavoro e quindi un impiego come sovrintendente nella sua fabbrica di mattoni. La nuova occupazione attira su Yakov le antipatie degli altri dipendenti, la necessità di celare il segreto delle sue origini gli procura qualche fastidio.

In questo contesto si verificherà il secondo evento che sconvolgerà in maniera irrimediabile il quadro tematiche dell’intera faccenda: un giorno alcuni ragazzi entrano nel piazzale della fabbrica e Yakov li scaccia. Poco tempo dopo, quando si scopre il cadavere dissanguato di uno di quei ragazzi, Yakov, riconosciuto come ebreo, viene accusato ingiustamente di aver commesso il delitto e rinchiuso in carcere.

Tutto il resto del libro è dedicato a riportare le violenze subite dal prigioniero dai suoi carcerieri, davanti ai quali continua a sostenere la propria innocenza. Un’operazione, quella della descrizione della prigionia, tentata egregiamente da un altro scrittore americano: Jack London con “Il vagabondo delle stelle”. Ma se anche si può considerare eccellente l’opera di London (che utilizza la carcerazione solo come espediente per poter raccontare nuove storie attraverso quelli che sono i viaggi extra corporei del personaggio principale) non arriva comunque alla magnificenza della rappresentazione della durezza di un carcere di un Ucraina antisemita messa in scena da Malamud in questo romanzo.

Una descrizione minuziosa e interioristica di una prigionia che non annoia mai e che fa riflettere sull’ignoranza e l’insensatezza su cui si basa l’assurdità dell’antisemitismo. Un dramma umano che Malamud mette sulla carta non scadendo mai in pietismi. La sua scrittura non si trasforma mai in opinione personale. Nessun elemento giudicante è presente in questo romanzo perché il giudizio Malamud lo lascia al lettore.
Un’opera straordinaria che dovrebbe essere presente nel bagaglio culturale di ogni buon lettore e che dovrebbe essere studiata a fondo da ogni onesto scrittore.