L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

l'uomo di kiev

A cura di Sergio Ragno

La scrittura di Bernard Malamud si contraddistingue dagli altri autori ebrei americani per la impassibilità e il distacco che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi narratori. Una voce neutra e assolutamente asettica accompagna i lettori dei suoi senza mai emettere un giudizio. La forza della grande capacità di raccontare storie di questo scrittore sta proprio nel mettere il lettore nelle condizioni giuste di giudicare i fatti.
“The Fixer”, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo “L’uomo di Kiev” è una sorprendente finestra sulle origini dell’antisemitismo sovietico. La grande capacità descrittiva di Malamud ci porta in un lungo viaggio interiore che ci fa capire quanto ingiustificato possa essere considerato l’avversione per il popolo ebraico e quanto questo si base sulla non volontà di conoscere a fondo una cultura religiosa millenaria che, ad ogni buon conto, ha dato origine a quella cristiana.

Il protagonista di questo romanzo è Yacov Bok, un orfano ebreo capace di aggiustare ogni cosa, come suggerisce il titolo originale The Fixer (l’aggiustatutto). Il giovane è stato abbandonato da poco dalla moglie e, rimasto anche senza lavoro, decide di mettersi in viaggio. Lascia lo sthetl, (così chiamavano i villaggio delle campagne ucraine) per cercar fortuna a Kiev. Il piano del buon Yakov è semplice e preciso: fare un po’ di soldi per pagarsi il viaggio in America.

Una volta a Kiev Yacov fa l’incontro che costituirà il primo evento che scombussolerà l’equilibrio narratologico del romanzo e che darà vita a un’intrigante trama: durante una delle sue escursioni verso l’esterno soccorre un ubriaco caduto nella neve, un imprenditore antisemita che per riconoscenza – mantenendo Yakov il riserbo sulle sue origini – gli offre prima lavoro e quindi un impiego come sovrintendente nella sua fabbrica di mattoni. La nuova occupazione attira su Yakov le antipatie degli altri dipendenti, la necessità di celare il segreto delle sue origini gli procura qualche fastidio.

In questo contesto si verificherà il secondo evento che sconvolgerà in maniera irrimediabile il quadro tematiche dell’intera faccenda: un giorno alcuni ragazzi entrano nel piazzale della fabbrica e Yakov li scaccia. Poco tempo dopo, quando si scopre il cadavere dissanguato di uno di quei ragazzi, Yakov, riconosciuto come ebreo, viene accusato ingiustamente di aver commesso il delitto e rinchiuso in carcere.

Tutto il resto del libro è dedicato a riportare le violenze subite dal prigioniero dai suoi carcerieri, davanti ai quali continua a sostenere la propria innocenza. Un’operazione, quella della descrizione della prigionia, tentata egregiamente da un altro scrittore americano: Jack London con “Il vagabondo delle stelle”. Ma se anche si può considerare eccellente l’opera di London (che utilizza la carcerazione solo come espediente per poter raccontare nuove storie attraverso quelli che sono i viaggi extra corporei del personaggio principale) non arriva comunque alla magnificenza della rappresentazione della durezza di un carcere di un Ucraina antisemita messa in scena da Malamud in questo romanzo.

Una descrizione minuziosa e interioristica di una prigionia che non annoia mai e che fa riflettere sull’ignoranza e l’insensatezza su cui si basa l’assurdità dell’antisemitismo. Un dramma umano che Malamud mette sulla carta non scadendo mai in pietismi. La sua scrittura non si trasforma mai in opinione personale. Nessun elemento giudicante è presente in questo romanzo perché il giudizio Malamud lo lascia al lettore.
Un’opera straordinaria che dovrebbe essere presente nel bagaglio culturale di ogni buon lettore e che dovrebbe essere studiata a fondo da ogni onesto scrittore.

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