Stoner, John Williams

stoner

A cura di Sergio Ragno

John Williams non rientra di certo nell’orbita dei miei autori preferiti, tuttavia Stoner, il suo personaggio più celebrato mi ha sempre incuriosito. Un professore per caso, un uomo di lettere di estrazione contadina, con una moglie dissociata e frigida e una figlia con la quale non trova mai il modo di dimostrarle il suo amore tutte. Williams decide, già nell’incipit, di informare il lettore che questo libro parla di un uomo qualunque già morto e sepolto.

Decide dunque di raccontare la storia in una maniera circolare, riducendo in questo modo la domanda drammaturgica principale a una mera esortazione: è riuscito Stoner a lasciare un segno del suo passaggio in questo mondo?

Devo dire che il romanzo si legge con estrema facilità, e con altrettanta semplicità coinvolge già dai primi paragrafi. La scrittura non è delle più esaltanti, mentre la trama è semplicemente onesta e facilmente individuabile (talvolta prevedibile).

Non ho molto apprezzato i salti temporali: troppo sbrigativi, tanto che spesso sono posizionati in mezzo al paragrafo e forse la traduzione (non ho letto il testo originale) è troppo superficiale e poco efficace, cosa che, a mio giudizio, sembra togliere spessore all’opera.

Tuttavia il personaggio ha un valore che va al di là della struttura del romanzo e che da solo regge l’intero impianto narrativo. Williams ha avuto l’abilità di costruire il suo archetipo basandosi su quasi tutte le non qualità umane di un uomo che si lascia trascinare dagli eventi, in una sorta, meno impegnata, di “Alla mercé di una brutale corrente” di Henry Roth.

Diventa professore per caso, come per caso si ritrova sposato con una donna impassibile e anaffettiva, mentre non riesce a combattere per l’unico amore della sua vita. Non è mai capace di imporre la propria volontà sia in ambito professionale sia in quello familiare, tant’è che non riuscirà mai a dimostrare a sua figlia il proprio amore. Solo verso la fine della sua vita proverà a ribellarsi, ma sembra ormai tardi e, all’estremo delle forze, riesce solo a essere, ancora una volta, severo con se stesso.

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