Bravo, burro!, John Fante

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A cura di Sergio Ragno
Manuel è un bambino messicano, figlio di un torero fallito e ubriacone ridotto a stalliere in un hacienda, guardiano del famoso toro Montana Negra. Il piccolo Manuel un giorno vede un asinello combattere coraggiosamente contro un puma riuscendo a mettere addirittura in fuga il felino. Colpito dalla tenacia del “burro” Manuel lo porta con sé, lo curerà e gli darà il nome di El Valiente. Etichettato come libro per ragazzi questo breve romanzo di Fante (tradotto in italiano solo nel 2010) è in realtà uno spaccato culturale di quella terra, il Messico, che è a poche miglia dalla California eppure ideologicamente ed economicamente tanto lontana da essa. John Fante, il maestro italo americano che ha scosso la letteratura americana con i suoi personaggi sconfitti di matrice italiani, rimette in scena ancora una volta il difficile rapporto padre e figlio di una società proletaria, “cruzando la lìnea”, cioè oltrepassando il confine a Sud degli Stati Uniti, scrivendo questa storia che ha il sapore di una favola amarognola con un finale tutt’altro che scontato che vede ancora una volta un figlio rimediare alle colpe del proprio padre, tema sviscerato da Fante in molti dei suoi libri come “La confraternita dell’uva” e “Aspetta primavera, Bandini”.

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Luoghi e la narrativa: scenari di conflitto tra personaggi e avvenimenti

di Sergio Ragno

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Alla domanda rivoltale da un suo studente, su come nasce una storia nella testa di un romanziere, la scrittrice statunitense Flannery O’Connor rispose: Una storia c’è ogniqualvolta personaggi e avvenimenti particolari s’influenzino a vicenda formando una narrazione.

Effettivamente in narrativa, evento e personaggio si condizionano reciprocamente ed è proprio da questo condizionamento che scaturisce l’intreccio. In poche parole la storia è al centro di questo conflitto dove nasce il messaggio, il significato e la dietrologia di un testo. Su questo pratico postulato della O’Connor non c’è nulla da eccepire, tutto quadra perfettamente come in un’equazione logica e inattaccabile.

Tuttavia mi sarebbe piaciuto essere in quella classe per porre alla scrittrice un’altra domanda: Quali sono i condizionamenti che un luogo, un’ambientazione può esercitare sul rapporto tra personaggi e avvenimenti? Sarebbe stato interessante ascoltare una risposta della O’Connor sull’argomento, considerando che l’autrice de Il Cielo è dei violenti ha fatto dei luoghi delle sue storie degli scenari letterari concreti che hanno un forte impatto sulle vicende dei suoi personaggi.

Su questo genere di curiosità si basa il laboratorio letterario di Itinerari Narrativi Contemporanei dove l’ambientazione oltre a essere tangibile e riconoscibile, è l’elemento che dà alle storie qui raccolte quella caratteristica di radicalizzazione che accende l’immaginario di quei lettori locali e non, che ritrovano luoghi a loro familiari. Il luogo in cui un racconto si colloca fornisce lo sfondo necessario affinché gli eventi abbiano profondità dice Jessica Page Morrell.

Ma facciamo un passo indietro. Quando uno scrittore parla di collocazione di una storia intende l’ambientazione precisa della storia stessa. L’obiettivo principale di uno scrittore è quello di trasportare il lettore nella realtà parallela che ha creato, va da sé che tanto più riconoscibili e reali sono i posti che descrive, tanto più riuscirà nel suo intento. Lo scrittore e docente di scrittura creativa Chris Lombardi a proposito dice: Si scrive e si legge con la mente, ma la vita viene vissuta con tutto il corpo. Nella narrativa questa sensazione di fisicità ci viene data dalla descrizione dei luoghi.

Le interazioni tra personaggi ed eventi di cui parla la O’Connor devono dunque avere degli scenari ben delineati. Le azioni devono svolgersi in ambienti riconoscibili o almeno intuibili. Anche se il racconto o il romanzo è ambientato in un mondo fantastico, il lettore deve pur sempre trovare un elemento che riesce a fargli immaginare il luogo dove il consueto conflitto tra eventi e personaggi va in scena. Che il luogo descritto sia il ponte di comando di un’astronave che vaga in una galassia remota o la sala biliardo del bar sotto casa, non cambia le cose: lo scrittore deve sempre trascinare il suo lettore negli ambienti che descrive.

La difficoltà maggiore di uno scrittore, rispetto a un regista cinematografico o a un fotografo professionista, sta nel fatto che non dispone di un mezzo che riproduce le immagini. La macchina da presa dello scrittore è fatta di carta, grafemi, lettere, frasi e paragrafi che messi insieme danno un senso compiuto al messaggio. Le descrizioni sono fatte di parole, dice Chris Lombardi: Se volete trasferire sulla pagina le vostre suggestioni e il mondo che avete immaginato, le parole sono il mezzo che determina forma, luci, ombre e colori. Uno scrittore di prosa può dunque solo evocare un’immagine attraverso le parole, ricorrendo a piccoli stratagemmi come similitudini e metafore.

Nella narrativa però, per dirla ancora con Chris Lombardi bisogna usare metafore e similitudini sorprendenti, insolite, diverse da quelle che si possono sentire in strada senza però dimenticare che è comunque dalla strada, dalla vita reale che uno scrittore deve attingere le sue immagini. Questo sottolinea anche quanto sia importante l’attenzione che bisogna dare ai particolari.

Notate, a titolo d’esempio, i particolari di questo brano di Ordinary Money di Louis B. Jones.

C’è un segnale di stop all’altezza della 7-eleven, e dovete svoltare a destra in Robin Song Lane, poi a destra in Sparrow Court, e la casa di Laura Paschke è la terza sulla sinistra, uguale a quella dei vicini ma dipinta con un verde fuori moda, e un gallo di ferro lasciato lì dai precedenti proprietari.

Nessuno di noi lettori è mai andato a casa di Laura Paschke, ma con le precise informazioni che Jones ci dà in questo brano è come se fossimo davanti quella casa anche noi. I particolari di questo inciso sono straordinariamente illuminanti. La maggior parte dei lettori non avrà dimestichezza con le strade di Rock Springs, cittadina del Wyoming in cui è ambientato il romanzo di Jones.

La descrizione che lo scrittore fa in questa scena non serve a dare al lettore una mera indicazione turistica, ma serve a dare delle informazioni essenziali della storia. L’astuzia di Jones sta proprio nel raccontare come si arriva a casa di Laura Paschke dando delle indicazioni stradali, così come farebbe un qualsiasi abitante di Rock Springs con uno straniero. In questo caso il narratore è l’indigeno mentre il lettore è lo straniero. Con questo espediente narrativo la percezione che un lettore avrà è quella di essere alla guida della sua macchina, magari con il braccio fuori dal finestrino e il vento tra i capelli, mentre si aggira a bassa velocità in un posto sconosciuto.

L’ignoto suscita quella sensazione di smarrimento in un lettore e la sensazione disorientante diventa potere nelle mani di uno scrittore: la sensazione che si prova nel leggere questo brano è quella di essere completamente in balia del narratore, della storia e degli eventi che stanno per accadere. Arrivati finalmente in Sparrow Court il lettore si trova di fronte alla casa di Laura. Anche in questo caso la descrizione è composta da alcuni elementi evocativi che ci fanno apparire davanti agli occhi lo scenario.

Jones ci dice che la casa è uguale a quella dei vicini, questo significa che ci troviamo in un sobborgo, un anonimo quartiere di case fatte in serie e poco originali. Tuttavia la casa di Laura ha un colore diverso dalle altre e questo particolare serve al lettore per focalizzare al meglio l’edificio descritto. Come già sottolineato da Lombardi uno scrittore attento deve sempre puntare sull’aspetto di originalità per catturare meglio l’attenzione. In questo caso Jones assolve perfettamente questo compito dando quella giusta peculiarità al luogo dove si sta per verificare un evento.

L’altro elemento che balza all’occhio è il gallo di ferro all’entrata della casa. Di una cosa in narrativa dobbiamo essere assolutamente certi: nessun particolare inserito nel testo è inutile. Va da sé che anche l’elemento del gallo di ferro ci deve dire qualcosa. Dunque, perché Jones ci descrive questo gallo di ferro? I motivi sono due: evocazione d’immagine e costrutto psicologico del personaggio. È evocativo in quanto, con questo stratagemma, Jones sta portando il lettore al centro della scena, come capita a un spettatore cinematografico quando il regista usa l’espediente di un avvicinamento di camera. E se fate caso, questa scena descritta, sembra proprio una ripresa cinematografica che va dal campo lungo al primissimo piano: L’incrocio, le strade, la strada dove si trova la casa, la casa e il gallo.

Dicevamo che il gallo ci dà anche delle nozioni sulla psicologia del personaggio perché, con questo particolare Jones, ci sta dicendo che l’abitante di quella casa, cioè Laura Paschke, è una donna che si sente provvisoria e che non appartiene a questo luogo. Jones, infatti, ci dice che quel Gallo lo hanno lasciato i vecchi proprietari, la qual cosa ci suggerisce, inconsciamente, che Laura non ha nessuna intenzione di piantare davanti a quella casa il suo personalissimo gallo di ferro, perché probabilmente non resterà a lungo in quel posto.

In un paragrafo di appena quattro righe Jones ci ha fornito tanti elementi che suscitano la curiosità di qualsiasi lettore. Ci ha portato nel luogo della sua narrazione, al centro della scena che ci ha minuziosamente descritta, giocando su elementi riconoscibili che ci hanno evocato immagini figure ed elementi psicologici che appartengono al bagaglio delle nostre esperienze e dei nostri ricordi.

Lo spazio risuscitato basta a ravvivare, a far rivivere, a riportare a galla ricordi più fuggevoli e più insignificanti, così come i più essenziali dice Georges Perec, ed è proprio la capacità di resuscitare ricordi la maggiore qualità di uno scrittore.

A seguito di queste considerazioni possiamo dunque affermare che dare la sensazione al lettore di trovarsi in un determinato posto, descrivendolo attraverso le parole o semplicemente facendogli vivere la sensazione particolare di quel luogo specifico, è un compito essenziale per lo scrittore.

Il vangelo secondo il figlio Norman Mailer

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A cura di Sergio Ragno

Il vangelo secondo il figlio è un romanzo sulla vita di Gesù raccontata stavolta dallo stesso protagonista. Un punto di vista diverso che restituisce un’immagine più umana e genuina del Nazzareno. Si tratta comunque di fiction, una rivisitazione dei fatti così come Mailer se li è immaginati, pensando a come Gesù stesso li avrebbe raccontate durante il suo breve passaggio tra gli uomini.

E già nell’incipit di questo romanzo Mailer tiene a precisare questo aspetto. Dopo aver citato il passo del suo battesimo di Gesù tratto dal Vangelo di Marco, il Gesù di Mailer dice: “Il Vangelo di Marco, che non oserei definire falso, è tuttavia esagerato. E andrei ancora più cauto per quelli di Matteo, Luca e Giovanni, che mi hanno attribuito parole che non ho mai pronunciato.” Successivamente giustifica gli evangelisti dicendo che hanno scritto i vangeli molti anni dopo la sua morte basandosi sui racconti fatti da persone molto anziane.
In questa frase si trova un elemento che porta a una prima riflessione. La frase infatti ricorda molto l’incipit di Huckelberry Finn. All’inizio del romanzo di Twain, Huck dice che alcuni fatti della sua vita erano stati riportati dal “signor Mark Twain che per lo più disse la verità anche se c’erano delle esagerazioni.” La citazione più o meno velata (per il lettore americano un po’ meno, per la verità) mostra l’intenzione di Mailer di sottolineare che quello che il lettore sta per leggere è fiction, ma al tempo stesso dichiara che anche le storie della vita di Gesù raccontate nei Vangeli sono anch’esse frutto di esagerazioni narrative.

Tornando a Huck Finn, il Gesù di Mailer sembra somigliargli molto anche nella personalità, in particolare nella sua ingenuità e in quel percorso di conoscenza del mondo attraverso occhi di un “puro di cuore”. Il Nazzareno di questo libro è essenzialmente un uomo nel corpo e nello spirito, un bravo artigiano, un falegname così pignolo da criticare persino la superficialità con cui è stata inchiodata la croce che lo sta per accompagnare alla morte. Un uomo semplice che si ritrova a portare un peso più grande di quanto il suo corpo riesce a sostenere. Il più delle volte è lo stesso Dio che agisce attraverso lui, parla al posto suo. Il più delle volte non è completamente consapevole di quali siano i suoi poteri e spesso si ritrova a improvvisare. “Così dissi alla tempesta –placati!- e subito ci fu una gran calma. In verità non sono certo di aver fatto un vero miracolo […] avevo avuto sentore che la tempesta stava per finire. Tuttavia dissi, compiaciuto: perché temete, uomini di poca fede?”
I personaggi dei vangeli, i fatti narrati, i discorsi e gli stessi miracoli ci sono tutti, ma sono tutti moderati e talvolta ridimensionati da Gesù stesso. Addirittura in molti passi del romanzo il Nazzareno di Mailer dà l’impressione di essere un pesce fuor d’acqua elemento che spesso dà al romanzo un aspetto ironico che fa riflettere. Non mancano le riflessioni sulle religioni e i fanatismi religiosi che un Gesù morto da tempo mentre siede “alla destra del Padre” si trova a fare. Dopo la sua morte gli ebrei si trovarono a discutere per quasi cent’anni se lui era il Messia o meno. “I ricchi e i bigotti ebbero la meglio: come poteva il Messia essere un poveruomo con un accento poco raffinato? Dio non l’avrebbe mai permesso. Però va detto che molti di quelli che ora si definiscono cristiani sono ricchi e bigotti, e temo che non siano meglio dei Farisei.”

Questo sottolinea quanto la versione di Mailer della storia di Gesù sia stata ricostruita sulla base di una critica severa sulla strumentalizzazione della figura del Cristo. Una componente che induce a profonde riflessioni sulla fede e che porta alla tentazione di considerare quest’opera, per i molti aspetti umani e spirituali trattati, come il quinto Vangelo.

Il commesso, Bernard Malamud

il commesso - Malamud

A cura di Sergio Ragno

È il 1957 quando Bernard Malamud pubblica il suo secondo romanzo The Assistant, tradotto da noi con il termine meno complesso de Il commesso. Lo scrittore, nato a Brooklyn nel 1914 e morto nel 1986, si è già fatto notare con alcuni racconti, piccoli capolavori che verranno poi raccolti nel volume Il barile magico, ma il vero esordio è con The natural (Il migliore in italiano) che gli vale la qualifica di “scrittore promettente”. La promessa è mantenuta, qualche anno dopo, all’uscita del quarto romanzo L’uomo di Kiev che regala a Malamud il Premio Pulitzer. Esponente di quella che viene definita “letteratura ebraico-americana”, Malamud ne è una delle personalità più brillanti anche se meno note e celebrate. Il suo mondo, fatto di piccoli uomini spesso impegnati a difendersi da un’esistenza beffarda e implacabile, è raccontato con un’ironia sempre sottile o in altri casi più apertamente feroce. Fin dalle prime prove però è evidente il principale interesse dell’autore: raccontare storie. La storia, il piacere di costruirla passo dopo passo e di narrarla a chi legge, spesso totalmente rapito, sono il vero credo di Bernard Malamud. In questo senso, Il commesso ne è forse l’esempio tra i più emozionanti e puntuali.

La vita di Morris Bober sembra procedere senza sorprese dietro i vetri di un piccolo negozio di alimentari nascosto nel cuore di Manhattan. A un certo punto nella sua esistenza entra Frank Alpine, piccolo ladruncolo di origini italiane, che verrà assunto come commesso. Il giovane goy (il non ebreo, il gentile) si innamora di Helen, la figlia dell’ebreo Morris, e per lei resisterà dietro al bancone del negozio, sempre più assediato dalla concorrenza, fino al sorprendente finale che rende l’intero libro leggibile come un romanzo di formazione e gli dona il respiro illuminante della parabola.

La vicenda è straordinariamente intrecciata intorno alle emozioni, ai segreti di queste tre esistenze in cerca di redenzione. Il giovane Frank via via prende il posto del vecchio Bober, in una sorta di speculazione e annullamento di un personaggio in un altro, riducendo a un’unica entità l’eroe e l’antieroe. Entrambi sono alla ricerca dell’amore di Helen, cosa che dal principio crea il solito contrasto necessario al turbinio narrativo. Tuttavia i due personaggi Loser di Malamud non riescono a essere cattivi fino in fondo e finiscono per dividersi una sola esistenza. Questo dello scambio dei ruoli, dell’annullamento dell’antieroe nell’eroe e viceversa è uno stratagemma narrativo che Malamud approfondirà successivamente nel romanzo Gli inquilini.

La narrazione de Il commesso, dal ritmo quasi ipnotico, si svolge attraverso le azioni, i gesti, gli sguardi e perfino le abitudini, dei protagonisti.

Lo stile lucido, sempre di facile lettura e apparentemente disadorno, quasi dimesso, è al contrario un esempio di magistrale padronanza della penna e un capolavoro di perfezione. Se c’è uno scrittore da cui un principiante può attingere questo è senza dubbio Bernard Malamud e il Commesso è quasi certamente l’esempio della sua linearità narrativa e della sua grande capacità di fare letteratura.

Quando dio era un coniglio di Sarah Winman

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A cura di Valeria Campana

Elly è una ragazzina molto sveglia, curiosa, sensibile, attenta. Speciale, per dirlo in una parola. Questo suo modo di essere attira, come spesso accade, l’attenzione e l’affetto di persone “problematiche”. È così per l’anziano vicino di casa che approfitta di lei ancora bambina, ed è così per Jenny Penny, l’amica che l’accompagnerà (seppur con un lungo periodo d’assenza) per tutta la vita.

“La mia vita è divisa in due parti. Non esattamente un Prima e un Dopo; è come se fossero, più che altro, due fermalibri che tengono insieme i flaccidi anni delle riflessioni a vuoto…”

Anche questo romanzo, come la vita di Elly, è diviso in due parti. La prima è incentrata sulla sua infanzia, sulla scoperta del mondo, sul rapporto col fratello Joe. Sull’amicizia con Jenny Penny, più di tutto.

“Era di un altro mondo; era diversa. Anche se allora, segretamente, lo ero anch’io. Lei era la mia tessera mancante, quella che serviva a completarmi. Un giorno si girò verso di me e disse: “Guarda”e tirò fuori dall’avambraccio una moneta nuova da cinquanta pence. Ne vidi il bordo appaittito spuntare dalla pelle, come una graffetta. Non la fece comparire dal nulla o dalla manica – cose che avevo già visto – no, la estrasse dalla propria pelle, lasciando aperta una ferita sanguinante. Due giorni dopo, la ferita era scomparsa; la moneta invece, era al sicuro nella sua tasca. Ora, questa è la parte a cui nessuno crede. La data impressa sulla moneta era strana. Indicava il 1995, cioè diciannove anni dopo.”

Un personaggio straordinario questa Jenny Penny, dipinto secondo me in maniera del tutto credibile nella sua incredibilità. Una contesto famigliare praticamente inesistente, una maniera tutta sua di guardare alle cose della vita, un pizzico di sfrontatezza e quel tantino di cinismo che vengono dall’essersi dovute crescere da sole.

Nel momento in cui le due amiche si separano, e si perdono di vista per un lungo periodo, il racconto s’interrompe, fa un salto in avanti che ci porta dagli anni Settanta direttamente al crollo delle Twin Towers in quell’11 settembre che ha cambiato il mondo e che tutti, vicini o lontani, abbiamo profondamente odiato.

In questa seconda parte Elly tenta di riallacciare il rapporto con Jenny Penny, la quale si trova in un periodo di profonda difficoltà. L’episodio centrale è però la scomparsa del fratello Joe proprio durante l’attentato, il suo ritrovamento e la scoperta che il ragazzo ha dimenticato per intero il suo passato.

“Io sono qui, ma non sono più tuo.”

Le conseguenze della perdita di memoria si riversano su Elly colpendola nel profondo.

“Vedi, tu eri l’unica persona che sapeva tutto. Perché anche tu eri presente. Eri il mio testimone. E riuscivi a dare un senso ai fottuti casini in cui ogni tanto mi cacciavo. E io potevo, quanto meno, guardarti e pensare: almeno lui sa perché sono fatta come sono. C’erano delle ragioni. Ma adesso non posso più farlo e mi sento incredibilmente sola.”

La ricchezza di temi di questo libro è davvero incredibile: la fede, l’amicizia, l’infanzia, l’omossessualità, i rapporti con la famiglia, la solitudine, la vecchiaia, gli errori. E di sicuro avrò scordato qualcosa.

Quello che ho amato di più è il pensiero che le cose dell’infanzia non sono solo la nostra partenza, ma possono essere anche una fondamentale ripartenza. Che le origini sono tutto e sono funzionali alla crescita e al cambiamento. E quando ci si sente un po’ persi è proprio lì, nella nostra infanzia, che bisogna cercare.

Sono tanti i personaggi che per ragioni di spazio non ho citato. Vi invito a scoprirli leggendo questo romanzo. E il coniglio del titolo? vi starete forse chiedendo. E bè, vi posso mica dire tutto, no? Leggetelo, che ne vale proprio la pena.

Cane bianco, Romain Gary 

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A cura di Sergio Ragno

Cane bianco di Romain Gary è un romanzo autobiografico appartenente al ciclo americano dello scrittore francese. In uno di quegli appartamenti di lusso di Beverly Hills, che Romain Gary condivide con la moglie, l’attrice Jean Seberg, lo scrittore trascorre il tempo a scrivere e a prendersi cura del piccolo zoo domestico trasportato da Parigi: un paio di gatti, un tucano e un grande cane giallo, un cucciolone ingenuo. In questo contesto entra in scena un imponente pastore tedesco che un giorno appare alla sua porta. Gary lo accoglie in casa e lo battezza Batka, piccolo padre in russo. Dopo qualche settimana scopre però che Batka è un cane bianco, cioè un cane addestrato per aggredire solo gli uomini di colore. È il 1968 e Romain Gary non accetta che un cane possa essere razzista e cercherà in tutti i modi di farlo rieducare.
Con gli occhi di chi crede con fermezza che scopo della democrazia «sia far accedere ogni uomo alla nobiltà», Gary mette alla berlina sia il razzismo della destra americana sia le prime sciocche manifestazioni del politically correct dei liberal. Un romanzo che non definirei attuale, piuttosto ricomparso, un revival, perché l’argomento di cui tratta, il razzismo, è un must che di tanto in tanto torna di moda a ricordarci quanto meschina può essere l’umanità.

ANNA di Niccolò Ammaniti

anna -ammanitia cura di Valeria Pedretti

Niccolò Ammaniti nasce a Roma nel 1969. Si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, ma non porta a termine gli studi. Si fa notare per la prima volta nel mondo della letteratura, pubblicando Branchie (1994); poi è la volta di Ti prendo e ti porto via (1999), Io non ho paura (2001), Come Dio comanda (2006) vincitore del Premio Strega nel 2007, Che la festa cominci (2009), Io e te (2010) e Anna (2015). Ammaniti è uno degli scrittori italiani contemporanei più apprezzati a tal punto da essersi conquistato il titolo di ‘Dickens dei giorni nostri’.

Anna è una ragazzina di tredici anni, una qualsiasi preadolescente. Ma quello in cui è costretta a vivere è un mondo dopo la fine del mondo. Sulla Terra si è abbattuta un’epidemia che ha cancellato in pochi mesi la razza adulta. È così. Il mondo di Anna è abitato da bambini dagli 1 ai 14 anni. La malattia, simile per sintomi e decorso alle tante epidemie di peste che hanno segnato la storia, rimane latente nell’infanzia per manifestarsi durante la pubertà. E Anna sa che tra non molto, per lei, sarà l’inizio della fine. Dopo la morte dei genitori Anna si fa forza. È costretta a crescere velocemente, impara a non abbassare mai la guardia, a prendersi ciò che le serve per vivere anche con prepotenza. In questo difficile percorso la presenza della madre, Maria Grazia, non la abbandona; è lei che, prima di morire, le lascia un ‘quaderno di sopravvivenza’. Ha annotato tutto ciò che potrà servire alla figlia per far fronte alle maggiori difficoltà e Anna lo custodisce gelosamente. Quelli che seguono sono mesi neri, i più duri della sua vita, in cui arrivare alla fine della giornata non è scontato e trovare pace nell’amore di un abbraccio sembra impossibile. Ma Anna non demorde, non ci ha mai pensato. Deve farlo per lei e per Astor, il fratellino di quattro anni che un giorno scompare improvvisamente dalla loro casa. Ha inizio così il viaggio di Anna in una Sicilia desolata, affascinante quanto pericolosa, alla ricerca di Astor. Anna, abituata per lungo tempo alla solitudine, a un certo punto dovrà fidarsi, accettare e aprire il suo cuore a personaggi inaspettati, come Coccolone, un grande e puzzolente Pastore Maremmano e Pietro. E in questo cammino in cui Anna si trova ad essere sorella, madre, moglie e vedova in un colpo solo, una speranza la aiuta a non mollare: nel continente, dicono, ci sono ancora degli adulti sopravvissuti.

Commento personale

Ho letto diversi romanzi di Ammaniti, è uno degli scrittori che preferisco. Apprezzo molto il suo stile. È essenziale, ma curato, crudo e diretto. Quello che narra è il mondo come lo vede o come lo immagina, come nel caso di Anna. Rispetto ad altre sue opere, come Io e te, Io non ho paura e Come Dio comanda, Anna è il più fantasioso, quello che più si distacca dalla realtà e che allo stesso tempo vi ci s’immerge con una forza straordinaria. Ammetto che apocalisse, strane epidemie e leggende improbabili non sono tra le tematiche che preferisco, ma il personaggio di Anna, ragazzina cocciuta dal coraggio invidiabile, mi ha completamente conquistata. È un libro forte, ha da dire, da insegnare. Non si può non leggere.

NORWEGIAN WOOD di Haruki Murakami

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a cura di Valeria Pedretti

Murakami nasce a Kyoto nel 1949 e i suoi scritti, che hanno riscosso un enorme successo, si sono guadagnati l’approvazione della critica, vincendo numerosi premi. Le sue opere più conosciute sono Dance, Dance, Dance (1998), After dark (2004), 1Q84 (2012) e naturalmente Norwegian wood (1987) a detta di molti il suo romanzo più introspettivo.

Nel Giappone di fine anni ’60 Toru Watanabe lascia i genitori e l’opprimente vita di campagna per trasferirsi a Tokyo, in un’università privata, come studente di Lettere. Watanabe è un ragazzo come tanti; è chiamato a compiere il temuto salto verso l’età adulta, passaggio che, per quanto naturale, gli costerà parecchio. E Murakami ce ne racconta la storia, accompagnandoci in quel faticoso cammino di crescita personale detto adolescenza. Il romanzo è connotato da tinte cupe e malinconiche. Malinconici sono i paesaggi, i personaggi e persino la musica, sottofondo delle vicende, da cui il romanzo prende il titolo (‘Norwegian wood’ è una canzone dei Beatles). Nel labirinto della metropolitana di Tokyo, Watanabe incontra Naoko, vecchia amica d’infanzia e se ne innamora. La fragilità psicologica della ragazza, però, sarà sempre d’ostacolo alla loro storia. Naoko, infatti, non si è mai ripresa dalla morte del suo ragazzo e migliore amico di Watanabe, Kizuki, al quale sogna di ricongiungersi. La malinconicità di Naoko, che poi sfocerà in depressione, la porterà a rinchiudersi in una clinica fra le montagne. Watanabe non la lascerà mai sola. Dopo l’improvvisa partenza di Naoko, Watanabe incontra Midori, ragazza eccentrica ed estroversa. Midori lo attrae, ma lo confonde. È diversa da lui e da Naoko e Watanabe si chiede se la sua sia una diversità disposto ad accettare, ad amare. In questo affascinante e difficile percorso di crescita interiore, le vicende si susseguono pigre, ma intense tra personaggi indimenticabili e panorami al limite del fantastico, tuttavia senza mai oscurare quelle che sono le vere protagoniste della storia, le emozioni dell’adolescenza.

 

Commento personale

Di Murakami ho letto quest’unico romanzo. Nonostante le frequenti descrizioni di luoghi e personaggi, il suo stile risulta fluido, mai pesante. È molto abile nel narrare le emozioni e i sentimenti dei protagonisti, a tratti lirico, ma senza scadere nel patetico. Fin dalle prime pagine si ha costantemente l’impressione di essere avvolti dalla nebbia. Almeno, questo è ciò che ho percepito. Come ho sottolineato in precedenza, è un romanzo a tinte fosche, forse troppo, in cui paesaggi e personaggi si riflettono gli uni negli altri in un quadro generale di innegabile coerenza. È un libro che ho amato molto, di tanto in tanto ne rileggo alcune parti. Lo consiglio a tutti coloro che sono interessati all’introspezione o che semplicemente hanno la voglia e la pazienza di accostarsi a un genere diverso dal solito. Buona lettura!

Letteratura e comunicazione

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di Sergio Ragno

Uno scrittore che si approssima a creare un’opera narrativa deve dunque sempre tenere in mente che l’elemento finale della sua opera è inevitabilmente il suo lettore ideale. Lo scrittore deve quindi farsi carico di questa responsabilità e deve mettere in cantiere che il lettore ideale è piuttosto difficile da individuare. In sociologia si sono fatti studi approfonditi nell’ultimo secolo per individuare questo fantomatico lettore ideale. Studi che hanno più che altro costituito una base del marketing dell’editoria mondiale. Se da una parte gli studi di alcune scuole di sociologia (come quella di Chicago di Irving Goffman) hanno tracciato un identikit di un lettore ideale tendenzialmente relazionato al tipo di opera, gli studi recenti tendono ad abbandonare questa strada. La sociologia moderna, strettamente legata al marketing, non parla più di lettore ideale ma di lettore potenziale. Cioè il lettore, catalogato dal mercato come utente, non viene più visto come fruitore di un’opera artistica, ma piuttosto come un consumatore i cui bisogni vanno stimolati. L’artigiano della scrittura, nel suo processo creativo non tiene conto di queste logiche di mercato. La sua espressione artistica non dovrebbe essere imbrigliata e condizionata da questi fattori. Tuttavia c’è da sottolineare come le opere più di successo abbiano una qualità approssimata e risultino spesso piuttosto omogenee. Uno scrittore dovrebbe dunque cercare di maneggiare con abilità gli strumenti, universalmente riconosciuti, per poter costruire una struttura narrativa comprensibile, mirata al lettore in primis o se vogliamo alla concezione sociologica più romantica della scuola Goffmaniana del lettore ideale. “Il testo letterario” dice il sociologo Hans Robert Jauss, “è una struttura d’appello, il cui significato e valore sono costruzioni del lettore, non operate in modo individuale ma secondo le attese e le motivazione iscritte nella cultura della sua epoca.” Una volta appurato lo scopo finale di uno scrittore cerchiamo di capire in che modo esso possa riuscire a trovare il suo lettore ideale. La prima operazione che deve fare è un lavoro su sé stesso e sulla propria comunicazione. La comunicazione opera a vari livelli, che essenzialmente si possono ridurre in due grandi macro area di competenza, la comunicazione diretta e la comunicazione pubblica o mediatica. Nel primo caso la comunicazione avviene su una base strettamente confidenziale che comprende un massimo di due interlocutori che si scambiano messaggi, nel secondo caso invece la comunicazione si basa su un comunicatore che con l’ausilio di mezzi mediatici arriva invia i suoi messaggi a un vasto numero di persone. Nel nostro caso, l’area che più ci interessa è sicuramente la seconda, anche se avremo modo di sviscerare le particolarità della prima nel corso del nostro cammino, quando affronteremo i dialoghi. Sfere della comunicazione . 1) Sfera intima 2) sfera personale 3) sfera sociale 4) Sfera pubblica Si parte dal cerchio più stretto, quello intimo, fino ad arrivare alla sfera pubblica passando dalla sfera personale, sfera sociale. Questo schema è di particolare interesse per uno scrittore. Dal proprio intimo, dalla sua creatività, deve nascere un’opera che deve superare tutte le sfere e arrivare all’ultima, lo scopo finale, quella che rappresenta il già citato lettore ideale. Altra cosa di cui tener conto è che il mezzo mediatico dello scrittore è la scrittura stessa. Questo significa che dovrà basare la sua capacità comunicativa solo sul testo scritto, cercando di trasformare i segni analogici della comunicazione in segni simbolico-numerico. Infatti, dicendo che il suo mezzo mediatico è la scrittura stessa, è naturale dire che lo scrittore non potrà disporre di tutto quello che potenzialmente ha nel suo pacchetto comunicativo: la mimica facciale, la gestualità, la modulazione del tono, i rituali orali e tutti quei segni paralinguistici che fanno parte della natura comunicativa umana. Lo scrittore dovrà essere capace di sostituire in altro modo se non vuole rendere vani i suoi tentativi di riprodurre una realtà alternativa

Eroi della frontiera di Dave Eggers

eroi della frontiera

a cura di Ivana Mostini

“…E c’è la felicità della tua catapecchia. La felicità di essere sola, e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perchè temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono su in cuccetta.”

Josie, ha preso i suoi due figli, ed è andata via, fuori dall’Ohio. Era una dentista, era moglie di un “invertebrato con la cacarella”. Adesso non lo è più. Iniziano a girare senza meta, a bordo dello Chateau, per le strade dell’Alaska. Josie è alla ricerca di eroi, è scappata dai vigliacchi e vuole fare stare i suoi figli lontano da un padre che passava più tempo sulla tavola del cesso che a giocare con loro. Tra incontri familiari, incidenti, incendi, Josie e i suoi figli si ritroveranno in case inabitate per trascorrere giorni sereni lontani da tutto, dai rimorsi e dai sensi di colpa. Tre eroi alla ricerca della propria felicità. In questo lungo viaggio i due bambini, Paul e Ana, diventeranno adulti, proteggeranno la madre dagli incubi del passato, le staranno vicino mentre lei, presa dai fumi dell’alcol, pensa a metter su un musical, immaginando le canzoni e la scenografia. Josie sarà il punto di riferimento dei suoi piccoli, che lontani da cellulari, tablet e centri commerciali diverranno forti e coraggiosi: “Ogni parte del loro essere era sveglia. La loro mente urlava trionfante, le braccia e le gambe volevano altre sfide, altre conquiste, altra gloria”.

Superata una terribile tempesta, feriti e con i vestiti lacerati, arriveranno al “rifugio”, ad una “solida casa di tronchi e mattoni” degli Stromberg:  “«Chi sono gli Stromberg?» chiese Paul. «Per oggi gli Stromberg siamo noi» disse Josie.”

Josie, Paul e Ana formeranno un nucleo compatto e forte. Nessuno potrà più fermarli.

“Josie si sorprese a sorridere, sapendo che avevano fatto quello che potevano con quello che avevano, trovando la gioia e uno scopo a ogni passo. Avevano creato una musica isterica, affrontato ostacoli incommensurabili in questo mondo, riso, trionfato e sanguinato a profusione, ma adesso erano nudi insieme al caldo, e il fuoco davanti a loro non si sarebbe spento.”

Un nuovo inizio è sempre possibile!